Gli studenti della 4^ H testimoniano l’esperienza vissuta ad Auschwitz a cura della Prof. Bicego

Il viaggio della Memoria non ha segnato la fine del nostro percorso ma ci ha offerto l’opportunità di divenire testimoni di quanto era stato visto e vissuto.
Ringraziamo il Prof Spisso e la Prof.ssa Febbraro che ci hanno invitati nelle loro classi, ciò ci ha permesso di “verificare” in modo diverso il significato più profondo dell’esperienza vissuta e di condividerla.
Al termine dell’esperienza come d’abitudine la Prof. Bicego ci ha chiesto di redigere il diario di bordo dell’esperienza per illustrare l’organizzazione interna al gruppo e per autovalutare il nostro lavoro.

Esposizione in 4^B

Dopo il ritorno da Cracovia sono stata informata di una possibile esposizione dell’esperienza vissuta alle classi che lo chiedevano. Avevo difficoltà a credere che ciò si sarebbe realizzato dato il mio stato di isolamento da qualsiasi ambiente esterno una volta ritornata a Torino. Voglio dire: la visita in Polonia, una volta conclusa, era riuscita a cambiarmi più di quanto avrei mai immaginato nonostante qualcuno di mia conoscenza ci fosse già stato e mi avesse avvisata a riguardo. Facevo fatica a raccontare lo scorrere delle mie giornate a mia madre per telefono, certamente sarebbe stato quasi impossibile farlo davanti a un gruppo di ragazzi che incontravo solo per le scale della scuola e con i quali mi relazionavo poco.
Tempo una settimana e il progetto inizia a prendere forma, diventando un compito ufficiale sul quale lavorare in gruppi da quattro o cinque persone. Non avevo dubbi su chi scegliere per formare il mio gruppo e reciproca è stata la volontà da parte degli altri componenti. A causa di una minima incomprensione abbiamo dovuto apportare dei cambiamenti in ogni gruppo dal momento in cui ve ne era uno di troppo. Mi ritrovavo quindi aggiunta una persona alla quale non avevo pensato inizialmente, ma verso cui ho grande stima e credo sia stato questo ad avermi fatto credere ancora di più in un buon svolgimento e una buona riuscita del compito assegnato, la fiducia nelle capacità dei miei compagni. Le date delle esposizioni sono arrivate presto e siamo stati felici di sapere che avremmo avuto quasi due settimane di tempo per prepararci.
Il primo passo che il mio gruppo ha fatto è stato scrivere in linea generale quello che ognuno di noi avrebbe detto sotto richiesta della professoressa Bicego. Ritornando all’imprevisto a cui alludevo prima, si era deciso anche di far sì che in ogni gruppo ci fosse la presenza di almeno una persona che non aveva partecipato al viaggio di istruzione. A costoro spettava il compito di parlare riguardo alla parte preparatoria del viaggio e cioè, la visita di luoghi significativi per il popolo ebraico e per i gruppi anti regime a Torino e delle eventuali correlazioni tra il libro di Shlomo Venezia e il discorso tenuto dagli altri componenti del gruppo.
A me, come tanto avevo sperato, è stata lasciata l’esposizione della giornata in cui ci eravamo recati ad Auschwitz e Birkenau per visitare i campi di concentramento. Devo ammettere che forse solo io avevo espresso piacere a ripercorrere le vie di quel sopralluogo e pensare a come poterle spiegare a qualcuno che non ci era mai stato, perché gli altri si erano dimostrati ostili al dover esternare quelle che erano state le loro impressioni. Perciò, dalla difficoltà iniziale, ero passata alla convinzione di voler fare miei quei venti minuti di discorso. Non nego però un forte scoraggiamento nei momenti in cui mi sedevo di fronte al computer con l’intenzione di raccogliere dati validi riguardanti la storia di Auschwitz a partire dalla sua costruzione sino al momento in cui venne liberato dalle truppe russe, impaurita di sbagliare eventuali date, nomi di generali, medici o altri personaggi. Preoccupazione, stress, a volte poca serietà, mi hanno portata ad ultimare il mio lavoro la sera prima dell’esposizione. Ho dovuto chiedere fotografie ai compagni che erano riusciti a scattarne all’interno dei blocchi del campo, sforzarmi di ricordare in maniera precisa l’ordine eseguito durante il percorso guidato, disturbare un ex professore di discipline artistiche per informazioni anguste, oscurate e ignorate riguardo ad accordi politici negli anni della seconda Guerra Mondiale (queste ultime non le ho citate, ma arricchiscono il mio bagaglio di conoscenza), visitare siti internet ufficiali polacchi, cercare pareri e giudizi di coloro che avevano avuto modo di visitare i campi. A ricerca conclusa, ho stampato una serie di informazioni che mi sono parse efficaci e di facile comprensione.
In complesso avevo appuntato quelle che dovevano essere le conoscenze storiche senza segnarmi, invece, la parte emotiva che avevo sostituito con delle immagini ricavate sia dal repertorio di classe sia da internet (la maggior parte provenivano da fonti virtuali a causa di un problema tecnico nel malfunzionamento di file inviati via e-mail). Ho voluto essere parecchio dura nella scelta della serie di immagini da proporre, perché per quanto mi abbia turbato la selezione di esse, tenevo a dimostrare come in pochi anni siano stati toccati picchi così alti di disumanizzazione da lasciare increduli noi altri che “viviamo sicuri nelle nostre tiepide case…” (Primo Levi, Se questo è un uomo)
Gabriela, una degli alunni che non aveva preso parte al viaggio, è rimasta a casa perché accusava forti dolori allo stomaco e un indebolimento permanente dell’intero organismo. Poiché solidale e zelante, il gruppo non è stato ostacolato dalla notizia e in breve tempo ha modificato il tabulato iniziale. Il mattino successivo non ho partecipato alla lezione di inglese per incontrare una compagna del gruppo e impostare su Power point il materiale di cui disponevo.
Una volta a scuola era arrivato il momento che aspettavo e temevo per la sua importanza. Timidezza e guance rosse, una volta varcata la porta di accesso alla classe, sono scomparse, è bastato qualche viso amico e il loro entusiasmo a mettere me e chi mi accompagnava a proprio agio.
La prima a parlare è stata Isabella che ha esposto e documentato il percorso di visita avvenuto a Torino. Era esitante e tendeva a parlare velocemente, ma non con una cadenza meccanica, anzi, oserei dire che la sua lieve fretta fosse dovuta alla quantità di informazioni che aveva inglobato sull’argomento e all’aspirazione a non sbagliare, a non interrompere il lavoro che gli ingranaggi della sua mente stavano compiendo. Non ha mai incrociato gli occhi con le slide che scorrevano sul computer, era preparata e lo voleva dimostrare; per questo l’ho ammirata molto.
Successivamente è toccato a me presentare la mia parte alla classe. Come avrei fatto a trasmettere loro la giusta dose di emozione che avevo provato durante la visita al campo di Auschwitz? Questo mi era sconosciuto, ma altro non mi rimaneva da fare se non iniziare e vedere il riscontro che avrei avuto con gli uditori. Sapevo quello che facevo e così ho aperto il discorso introducendo una parte storica, nominando successivamente coloro che avevano preso parte alla decisione di aprire e dirigere il campo e mostrando una serie di fotografie scattate in passato, quando buona parte dei blocchi lì presenti non erano stati manomessi da opere di restauro, e alcune scattate durante la nostra permanenza. Dopodiché apparse sulla LIM l’immagine di una donna nuda seduta sopra uno dei tanti lettini che i russi avevano messo a disposizione di coloro che erano sopravvissuti ai lavori forzati per curarli e ridar loro un’apparenza più umana. L’aspetto di quel corpo del quale rimanevano solo le ossa componenti era inquietante, come qualcuno ha commentato dato che ogni tanto trovavo interessante e doveroso coinvolgere le persone che avevo davanti per tenerle sveglie e presenti. Vedevo che più scatti di prigionieri mostravo e più l’ambiente si faceva doloroso, più i ragazzi si emozionavano al punto tale da piangere e abbassare la testa perché io non scorgessi i loro occhi. Accettavo quelle lacrime; le avevo versate anche io, li capivo se ora si sentivano disarmati. Commentavo tutto quello che mostravo e ho apprezzato gli interventi fatti dal professore presente che non mancò di sostenere coloro che stringevano forte i denti per non mostrare segni di debolezza e cedimento. Il professor Spisso aveva anch’egli visitato il campo e si notava che, dietro a quello che affermava, lasciava un messaggio per tutti i presenti, come quando ha visto la foto delle centinaia di valigie con sopra il nome di chi le possedeva e ha detto che quella per lui era stata una visione forte dato che quei nomi rappresentavano il simbolo della speranza: “Tanto a casa poi ci ritorno” ha detto. Lo stesso è avvenuto quando abbiamo parlato del trattamento feroce che alcune donne incinte ricevevano da parte dei ricercatori tedeschi, e il fatto che alcune di loro fossero in attesa di un bambino o che all’interno dei campi venissero celebrati dei matrimoni stava a simboleggiare l’amore che supera ogni ostacolo, che sopravvive anche nel dolore sovrastando su tutto il resto.
Senza la necessità di consultare i fogli sopra i quali si trovava il mio discorso, ho finito di parlare lasciando proiettata una parte del commento in relazione al percorso intrapreso a Torino e chiedendo se qualcuno avesse voglia di offrirsi come lettore. Ricevetti subito risposta e non avrei potuto avere di meglio ripensando a come fosse azzeccata l’intonazione di voce di chi si era prestato volontario. L’ultimo a parlare è stato Niccolò, il quale intervenne prontamente integrando alcuni stralci di “Sonderkommando Auschwitz” e procedendo così sino al suono della campanella.
A causa del tempo non è stato detto nulla riguardo a Birkenau e poco si è parlato del museo di Schindler. La classe 4^B è stata attenta a non perdersi nulla e una notevole quantità di ragazzi si sono impegnati a prendere appunti, ma non posso affermare se per propria volontà o perché utili allo svolgimento di un compito o un sommario di quanto detto dal mio gruppo. Bisogna ammettere che da entrambe le parti ci sia stata complicità e collaborazione; si trattava di un argomento ricco di materiale e richiedente serietà.
Abbiamo ricevuto un energico applauso prima di lasciare l’aula e il professore ci ha stretto la mano ringraziandoci di cuore per la nostra presenza e per la testimonianza. E’ su questa parola che mi preme soffermarmi perché in quel momento le ho attribuito un valore immenso. Insomma, io testimone, io che portavo le memorie di un episodio di dimensioni così drammaticamente grandi. Non si riesce forse nemmeno a immaginare quanto esso sia un compito delicato e quanto coraggio richieda dover assumere le vesti di un testimone, colui che ha visto i resti di terra, mattoni, chilometri di filo spinato, cemento, ferro, innumerevoli protesi, valigie, chili di capelli, vestiti, scarpe, giocattoli, denti d’oro, occhiali, numeri di vittime, fotografie, condizioni dei sopravvissuti, fedi nuziali, utensili, muro delle fucilazioni, celle di punizione, occhi scavati e velati dal nulla che rendevano lucidi i miei e di quelli che come me quel giorno stavano per diventare “testimoni” oculari di un’immensa tomba che mai cessa di farsi presente, mai cessa di raccontare, mai ci abbandona. Con la mia presenza ho lasciato una pietra su quel terreno dove altro non potrebbe resistere se non la roccia, non vi sono fiori, non vi sono colori perché non vi è inganno in quello che ci si presenta davanti agli occhi. Pensate a una rosa i cui petali si aprono e si schiudono giorno dopo giorno, come a voler dire che atrocità come quelle di Auschwitz accadono ad ogni alba e ad ogni tramonto, ecco, io mi chiedo se ce la fareste a sopportare una realtà del genere. Le pietre, simbolo di ricordo immutabile, non cambiano come la storia di coloro che lì hanno trovato l’inferno non cambierà mai. Nulla del genere dovrà accadere negli anni prossimi a venire.
Che sia una volta sola nella vostra vita, vi invito a sporcarvi gli occhi di quello che siamo stati capaci di fare e di ripulirli col pianto o con la coscienza, a voi la scelta..

Autovalutazione
Le critiche che mi pongo sono quelle di non aver ordinato cronologicamente le immagini cosicché il discorso risultasse più compatto e meno vago; avrei dovuto credere di più nella autenticità delle mie conoscenze o credenze. Mi spiego meglio: nel momento in cui ho mostrato la fotografia dei mucchi di scarpe appartenute ai prigionieri del campo il professor Spisso mi ha domandato se sapessi spiegare il motivo per cui i soldati tedeschi confiscavano anche questo tipo di beni apparentemente di poco valore, gli ho risposto di non essere in grado di soddisfare la richiesta pur immaginando l’uso che poteva venir fatto di quelle calzature. Essermi basata sulle emozioni che le immagini mi suscitavano e aver tentato di esternarle con parole adeguate non è bastato, perché avrei dovuto approfondire meglio il contenuto che narravano. Oltre a questi accorgimenti che cercherò di risolvere dovessi avere un’altra occasione simile, suppongo di aver fatto una buona azione guardando il film intitolato “Schindler List”, letto il libro “Vita e destino/ Il fumo di Birkenau” di V. Grossman e L. Millu, guardato un documentario diretto da Marc Wiese e prodotto nel 2012 denominato “Camp 14”. Questo ultimo è caratterizzato dall’intervista fatta a Shin Dong-Hyuk nato nel campo di internamento Kaechon (noto come Campo 14) in Nord Corea riuscito a scappare trovando rifugio in America. Il testimone ha poco o più di trent’anni e quello che lascia spiacevolmente stupiti di fronte alle sue parole è il fatto che egli sia nato nel campo di lavori forzati e che per l’intero percorso della sua vita non abbia conosciuto come fosse in realtà il mondo. Sapere che tutt’ora esistono campi i quali oserei definire di “massacro del popolo”, mi ha sollecitato a integrare l’informazione al lavoro esposto. Il ricordo più lucido che posseggo in base a questo è riferito a quanto scritto precedentemente riguardo coloro che venivano dati alla luce direttamente nei campi di concentramento perché lo stesso è stato per Shin. Nascere all’interno di tali strutture portava a crescere e condurre un’esistenza, per chi era fortunato, senza senso perché priva di diritti umani e ideali sui quali poter credere nel tentativo di costruirsi una personalità il più degna possibile in grado di soddisfare quelli che sono i propri scopi vitali. Ecco che mi è venuto spontaneo riportare il fattore comune tra le due realtà rivolgendo la seguente domanda che penso abbia dato modo ad ognuno dei presenti di riflettere: “Ditemi voi come sia possibile credere che esista un altro mondo o che la vita sia un dono quando la tua realtà è fatta di incessanti perdite affettive, continua morte. Quando non vieni a conoscenza di quelli che sono i diritti naturali, la libertà, la gioia, l’amore come fai a pensare che ne valga la pena di procedere avanti nella speranza di sopravvivere?”

Berdufi Kristina

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la 2H e l’attività: SCRITTURA DOCUMENTATA, dalla lettura di pagine sulla I guerra mondiale all’elaborazione di un testo personale a cura della Prof. Bicego

All’interno del progetto Maledetta sia la guerra sono state lette alcune pagine tratte da romanzi che testimoniano o semplicemente raccontano vari aspetti della vita del soldato. Al termine del percorso di lettura e dopo una condivisione di classe, gli allievi sono stati invitati ad elaborare un testo fantastico o espressivo che tenesse conto però di parte delle informazioni ricavate dalle letture.

ASPETTANDO UN DOMANI MIGLIORE

E' un giorno di gennaio, fa freddo e c'è puzza, come sempre. Siamo tutti agitati, non sappiamo quando un proiettile porrà fine alla nostra vita e se mai lo farà. In questo momento penso solo alla mia adorata bambina che assieme alla mamma aspetta e spera nel mio ritorno.
Un pensiero va anche ai troppi compagni morti, uccisi e gettati sull' asfalto come cani, con gli occhi che implorano aiuto fino all' ultimo e il corpo rigido che li ha già abbandonati.
Il suolo non è nostro amico, ci attira e ci inghiotte l'anima senza pietà, senza preoccuparsi di noi, lasciandoci con la disperazione e con l'angoscia prima di toglierci l'ultimo respiro. (Niente di nuovo sul fronte occidentale)
Quando partiamo per la guerra siamo tutti allegri o brontoloni, ma quando giungiamo nella zona del fuoco siamo divenuti una razza belluina e il silenzio fa sì che i ricordi non suscitino desiderio ma tristezza. (Niente di nuovo sul fronte occidentale)
Domani toccherà a me, lanciarmi verso la morte sperando che inciampi e non mi prenda, ho paura, troppa paura, di affrontare tutto questo. Troppi sono i compagni usciti e mai rientrati, troppe le lacrime versate su un suolo che tra una decina d' anni verrà dimenticato e con esso la nostra storia. (Film " Torneranno i prati")
Sto male. Stamattina hanno ucciso Lucas, il mio migliore amico, è morto davanti ai miei occhi, il dolore ha superato la paura. Erano lacrime che scendevano sul viso sporco e gemiti al posto delle parole. Avrei preferito si prendesse vent'anni della mia vita, anche di più, perché io non saprei che farmene, l'ho pregato di alzarsi (Niente di nuovo sul fronte occidentale) ma lui non mi ha mostrato un cenno di vita.
Così si sta in trincea, un momento vivi, quello dopo sei a terra, agonizzante, producendo gemiti strozzati, con gli occhi vitrei e la schiuma alla bocca. ( Vite e morte sul fronte italiano)
Qui ci sfruttano, i generali intendo, ci usano per combattere in casi estremi, dove la morte è certa, non pensano a noi, pensano a loro stessi, a salvarsi la pelle, mentre noi cadiamo. E' uno schifo, un maledetto schifo! ( Niente di nuovo sul fronte occidentale)
I generali ci obbligano a leggere delle preghiere che contengono maledizioni contro i nemici ( Il buon soldato Scneick ,) vogliono farci diventare assassini spietati e con i più deboli ce la fanno.
Capita anche che litighino tra di loro, dandoci ordini diversi e noi ci troviamo nel mezzo delle loro discussioni senza sapere a chi dare ascolto.
A volte è capitato che dei sergenti fossero uccisi da due soldati perché questi ultimi volevano dare ordini e i sergenti non volevano ubbidire.
Al primo tuonare di una granata torniamo con una parte di noi stessi indietro di migliaia di anni. E' un intuito animale quello che in noi si desta, che ci guida e ci protegge. Non si può spiegare, si va senza pensare a nulla. ( Niente di nuovo sul fronte occidentale)
Molti compagni si sono finti malati per non usare la piccozza, (La paura) molti si addormentano durante un combattimento per la troppa stanchezza, altri sono intenti a scrivere su un taccuino tutto quello che succede (La paura), tutti che aspettano una pallottola da un momento all'altro, impauriti, perché la carne non si fa altro che seppellirla. ( Addio alle armi)
Non so se domani potrò tornare a scrivere, quello che so è che impiegherò tutte le mie energie per riabbracciare mia moglie e mia figlia.

Erika Filograna

IL CANTO DELLA GUERRA

Siamo tutti in cerchio. Come ogni Natale, estasiati dal nonno che davanti un tenue fuoco, narra le sue avventure di guerra, da giovane soldato. È affascinante vedere come, i suoi occhi riflettano i ricordi, come rendano l’espressione triste, inorridita o orgogliosa, quasi eroica. È sempre stato il mio momento in famiglia preferito. Noi nipoti lo abbiamo sempre visto come un eroe, perché nel mondo orribile in cui aveva vissuto forzatamente, mio nonno si era comportato da vero eroe. Tutti sono in silenzio e finalmente i racconti hanno inizio: “Era il lontano 1913, quando fui arruolato. Facevo parte di un plotone, al confine austriaco. In una trincea immersa nella neve, sono nate nuove e sconosciute emozioni; la principale fu: la paura. Quella macchia di veleno che a poco a poco sporcava tutti, trasformando giovani uomini, in animali egoisti, con il solo istinto di sopravvivenza. Nessuno lottava per amore, per il desiderio di rivedere una famiglia troppo lontana, ma solo per salvare se stessi. La paura trasforma, se arriva al cuore, anche il migliore degli uomini. Bisogna stare attenti, bambini, a non lasciarsi sopraffare da questo mostro cattivo”.
Mio fratello chiede: “Ma nonno, anche tu hai provato la paura? Il mostro ti ha preso o lo hai sconfitto?”. “Sai Hans nel luogo in cui mi trovavo, tutto era immerso dal bianco della neve. Tutto era ovattato da quel cuscino silenzioso. In quel silenzio ho cominciato a pensare alla nonna, al futuro che avrei avuto con lei. La certezza di quel futuro, che tutti credevano estinto, mi ha fatto sopravvivere. Ora però proseguiamo. Eravamo sotto attacco e, se mettevamo un solo piede fuori trincea, eravamo spacciati. Purtroppo però eravamo costretti a farlo. E così uno a uno dovemmo provarci. Quello fu uno dei momenti in cui la paura rapì tanti giovani cuori. La paura della morte. Vedendo un compagno dopo l’altro cadere sotto i colpi austriaci, cominciammo a cercare alternative per non morire, disperati come bambini persi in un luogo sconosciuto. Tre compagni provarono a scappare, ma il generale li bloccò e li punì personalmente, uccidendoli a causa di diserzione. Tre colpi di pistola in testa a tre giovani innocenti. Ecco Hans, quello fu un momento in cui provai paura. Paura, per la freddezza, quasi naturale, di quel generale, nell’uccidere tre uomini che non erano tali, disperati, impauriti e indifesi. E la cosa davvero assurda, fu che al termine degli attacchi, quando gli alti comandi passarono dalla trincea per controllare la situazione, il Generale fu promosso ad una carica maggiore, questo grazie all’omicidio, ( perché tale era), dei tre disertori, se così possiamo chiamarli!”
Hans non capisce e domanda: “Ma perché, nonno, quell’uomo uccise degli uomini come lui? Erano pure del suo plotone!”
“Perché aveva due scelte: andare contro i superiori e disattendere gli ordini, facendoli fuggire, o ucciderli perché disertori. Lui decise di sottostare agli alti comandi, comportandosi come una macchina, senza una propria volontà decisionale, agendo come un mezzo sfruttato da altri. Ci furono molti uomini trasformati in macchine in questa guerra. È più facile arrendersi e sottostare a ordini, che lottare contro chi ha il potere.”
Fa una pausa come se il seguito fosse in qualche modo per lui grave, pesante da narrare. “In verità, ci fu un giorno in cui mi arresi. Vedendo solo morte intorno a me, il mio primo pensiero divenne solo sopravvivere. Nella trincea semicrollata, in mezzo alle assi c’era un fosso. Mi nascosi all’interno e con mia sorpresa vi trovai un altro soldato: il generale degli austriaci! Appena lo vidi l’impulso fu di puntargli il fucile alla tempia. Quella era la dimostrazione di quanto fosse potente, quel veleno cattivo. Quell’ansia che si diffondeva del perdere tutto ciò a cui si teneva. La paura di non poter più avere un futuro. Però quelle stesse identiche emozioni mi colpirono dallo sguardo, degli occhi di legno ormai incapaci di piangere, dell’uomo morente che avevo di fronte. Era un uomo. Esattamente come me, spaventato alla prospettiva di perdere un futuro.”
Fa un sospiro e continua con occhi persi nei ricordi: “Non lo uccisi. Io potevo cambiare la sua vita, salvarla. Per ore rimasi accanto a lui, pressando le bende improvvisate sull’addome freddo come il ghiaccio. Rimasi lì in un buco lontano dal mondo, cercando di salvare un uomo ormai morto, e piangendo per la solitudine, il silenzio che all’improvviso risuonavano come un urlo in mezzo a quelle montagne. Fui uno dei pochi sopravvissuti, e per la vasta esperienza in campo fui nominato Generale. Gli anni seguenti non furono i peggiori, ma ricordo perfettamente due episodi che mi sconvolsero.”
Accende la pipa, immagino per nervosismo o abitudine. Siamo completamente presi dal racconto, sentendo quasi gli spari, avvolti dall’odore dolciastro del tabacco.
“Era il 1918. Io e gli alti comandi, eravamo diretti al fronte per controllare la situazione e le perdite. Per strada la macchina si bloccò e dovemmo scendere tutti, a me e al secondo generale fu ordinato di recuperare delle frasche. Scappammo rifiutandoci. Ricordo ancora le risate dei superiori nel notare l’eccitazione dell’autista per essere riuscito ad uccidere un uomo. Il mio compagno. Oppure ricordo ancora l’orrore nel trovare un intero plotone soffocato dai gas austriaci. Il 29 giugno. Un silenzio assordante, come se davvero stessero tutti dormendo.” Sorride tristemente. “Ma ormai in quei prati la gente vive, gioca, ride. E tutti i morti di questa guerra non vengono più pianti dalle famiglie, dimenticati sotto un’erba verdeggiante troppo spessa per lasciare spazio ai ricordi.”
Ma io so, io ricorderò, anche solo con uno sguardo rivolto al mio eroe dagli occhi pieni di ricordi.

Grasso Giuditta

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Guerra.

“Che cos’è la guerra?”
Se un giorno lontano qualcuno me lo chiedesse, io cosa risponderei?
Non avendola vissuta, avendola vista solamente da distante, da uno schermo in salotto o dai racconti e gli scritti che ho potuto leggere, avendola conosciuta tramite i racconti dei parenti, che iniziavano sempre quando si ritrovava una lettera di “nonno” Giorgio dai campi di prigionia o una lettera di mia bisnonna, che in guerra aveva perso Paolo.
Io, che mi sento così distante da tutto questo, seppur non sia così lontano come sembra, cosa risponderei?
Non so cosa si prova ad essere all’interno di tutto questo.
Posso solamente immaginare cosa succede all’interno del conflitto, oltre alle battaglie; posso solo immaginare cosa si prova ad essere in questa situazione, o forse neanche questo.
Non so cosa significhi essere in trincea, avere di fronte un tuo superiore e sentirti dire di dover imbracciare il fucile, uscire allo scoperto e andare in contro alla morte ( “La paura” di Federico De Roberto ).
E se non riuscissi? Se un soldato non riuscisse a prendere quell’arma e interrompere la sua vita così, per volere di qualcun altro, cosa accadrebbe? Ovviamente verrebbe ucciso, morirebbe comunque.
Un esempio è ciò che è descritto nel testo “Addio alle armi“, di Ernest Hemingway, dove per un semplice rifiuto ad eseguire un ordine poco importante, i soldati diventano dei disertori e vengono uccisi a colpi di pistola da un loro superiore,
La guerra è una cosa orribile, ma ancor peggio è ciò che ti porta a fare, come ti cambia.
Ci sono tantissimi esempi nella letteratura di “personaggi” che vengono portati all’estremo, che sono portati ad uccidere se stessi o un “nemico” (che nella maggior parte dei casi è un povero ragazzo che come te si ritrova in mezzo al conflitto, mandato da qualcun altro e che si trova semplicemente dalla parte “sbagliata” del fronte)
Se un “nemico” ti si parasse davanti, per un caso o meno, cosa faresti?
Penseresti prima a te che a lui, penseresti a non morire e a salvarti la pelle.
Nel caso accadesse, chiunque per sopravvivere prenderebbe la prima arma che si trova di fianco e la utilizzerebbe come può, per far prima del nemico, senza pensarci, tentando di fare il più velocemente possbile.
Cosa ben diversa da uccidere qualcuno distante, con un fucile, dove riesci a vederlo solo per un attimo, oltre la trincea, nella lente di un mirino.
Non sei obbligato a vederlo morire, sentire i rantoli, provando emozioni terribili, guardandolo negli occhi vuoti, vedendo la vita abbandonare il suo corpo. Sapendo solo, come una sorta di consolazione, che hai fatto ciò che dovevi fare, sapendo che hai dovuto fare una scelta: o te o lui.
( “Niente di nuovo sul fronte occidentale” )
Ancor peggio però è se a morire è un tuo compagno, un tuo sottoposto e l’assassino sei tu.
Per un ordine altrui o per una mentalità sbagliata capita che questa cosa tanto orribile accada. E’ un atto che serve per punire chi tenta, chi ha il coraggio di allontanarsi e di abbandonare un conflitto inutile; oppure per evitare che altri tentino la stessa strada, per evitare altri disertori. (“Addio alle armi” )
Spesso, pur di non essere uccisi, di non dover affrontare la morte ancora una volta, pur di non farsi togliere la vita da altri, si compie un gesto ancor più estremo dell’uccidere qualcuno, l’uccidere se stessi.
Chissà quanti come ultimo gesto hanno premuto un grilletto, puntando la canna contro di sé, contro il proprio cranio.
Per farlo serve molto più coraggio di quanto servirebbe per compiere questo atto contro qualcun altro, per quanto non si debbano vedere gli occhi di fronte a te spegnersi e il corpo lasciare fuggire via la vita; si deve riuscire a staccare, ad abbandonare consapevolmente tutto ciò che ti appartiene.
Chi compie questo gesto di solito lo fa perché non ha altra scelta, perché è comunque arrivato al capolinea, o è vicino ad esso.
Già, alcuni preferiscono uccidersi piuttosto che essere uccisi.
Preferiscono uccidersi piuttosto che continuare a subire ingiustizie e a vedere morti, sapendo che prima o poi sarà qualcun altro a vedere il loro di corpo, quando sarà il loro turno ( “Torneranno i prati”/ ”La paura” )

Di guerra si può parlare per ore ed ore, spaziando dai conflitti più vecchi a quelli odierni, quelli che coinvolgono il nostro paese e quelli che invece hanno luogo in Medio Oriente, oppure si può parlare dei due più grandi conflitti mondiali.
La prima guerra mondiale. Chiamata così perché fu il primo grande conflitto che interessò gran parte del mondo allora più “avanzato”, con la presenza delle nazioni allora e tutt’ora più influenti politicamente ed economicamente.
Quella era una guerra assai diversa da quella che conosciamo meglio oggi, una guerra di posizione, combattuta all’interno di trincee e non in campo aperto, una guerra dove non esistevano le armi odierne ma dove si andava quasi certamente incontro alla morte.
Era una cosa ovvia.
Un soldato per attaccare doveva esporsi al fuoco nemico, doveva andare verso la trincea nemica, con gli altri schierati di fronte, con il fucile puntato. Unico riparo: il corpo del compagno morto prima di te.

Ogni guerra, alla fine, questo è: morte. Da qualunque punto la si guardi. Non è altro che morte. Ovviamente esistono visioni differenti di essa e della vita militare in generale, ma credo che questa sia un’affermazione che non si può controbattere.
Magari per alcuni la guerra è fatta di grandi vittorie o di sconfitte; la guerra per loro è fatta di valore, orgoglio, riconoscimenti.
Per alcuni trovare la morte in guerra è trovare una morte eroica, per quanto possa essere vana o fine a se stessa.
Non la penso così, non trovo nulla di giusto nella guerra.
Non comprendo chi va in guerra per combattere, chi manda qualcuno in guerra per combattere. Soffro per chi è obbligato ad andarci e per chi, sfortunatamente, la guerra se la ritrova in casa.
Io, invece, preferisco non avere nulla a che fare con la guerra.
Non voglio vedere tutta quella morte, non voglio vedere nemici, trincee, non voglio camminare in un ospedale da campo, non voglio sottostare agli ordini di sergenti, generali, fanatici della guerra, mandati al fronte da superiori che non combattono, ma che hanno chi lo fa per loro, che combatte per il paese, per risolvere un conflitto. Non voglio avere il rispetto di quei superiori che mi mandano a morire (“Il buon soldato” )
Vorrei non provare mai ciò che ho letto più e più volte.
Nel caso dovessi farlo, diserterei, nonostante le conseguenze.
Luca Vinassa

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“Primavera a Pracatinat” a cura del Dirigente

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comunicato stampa spettacolo “Fusillé pour l’exemple” a cura della Prof Gabri

vi informo che lo spettacolo “Fusillé pour l’exemple” di giovedì 26 marzo 2015, ore 21, debutterà. anziché alla Fabbrica delle E di Torino, allo Chalet Allemand, Parco Le Serre, via Tiziano Lanza 31, Grugliasco.
Wilma Gabri

per info e prenotazioni 011-787780

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le classi 3E, 4E e 5E in viaggio di istruzione a Monaco con i docenti: Testa, Lo Monte, Colombo e Basso

il Centro KLEE a Berna

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le classi 3E, 4E e 5E in viaggio di istruzione a Monaco con i docenti: Testa, Lo Monte, Colombo e Basso

i ragazzi visitano il campo di concentramento di Dachau

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le classi 3E, 4E e 5E in viaggio di istruzione a Monaco con i docenti: Testa, Lo Monte, Colombo e Basso

Monaco, centro città.

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