Gli studenti della 4^ H testimoniano l’esperienza vissuta ad Auschwitz a cura della Prof. Bicego

Il viaggio della Memoria non ha segnato la fine del nostro percorso ma ci ha offerto l’opportunità di divenire testimoni di quanto era stato visto e vissuto.
Ringraziamo il Prof Spisso e la Prof.ssa Febbraro che ci hanno invitati nelle loro classi, ciò ci ha permesso di “verificare” in modo diverso il significato più profondo dell’esperienza vissuta e di condividerla.
Al termine dell’esperienza come d’abitudine la Prof. Bicego ci ha chiesto di redigere il diario di bordo dell’esperienza per illustrare l’organizzazione interna al gruppo e per autovalutare il nostro lavoro.

Esposizione in 4^B

Dopo il ritorno da Cracovia sono stata informata di una possibile esposizione dell’esperienza vissuta alle classi che lo chiedevano. Avevo difficoltà a credere che ciò si sarebbe realizzato dato il mio stato di isolamento da qualsiasi ambiente esterno una volta ritornata a Torino. Voglio dire: la visita in Polonia, una volta conclusa, era riuscita a cambiarmi più di quanto avrei mai immaginato nonostante qualcuno di mia conoscenza ci fosse già stato e mi avesse avvisata a riguardo. Facevo fatica a raccontare lo scorrere delle mie giornate a mia madre per telefono, certamente sarebbe stato quasi impossibile farlo davanti a un gruppo di ragazzi che incontravo solo per le scale della scuola e con i quali mi relazionavo poco.
Tempo una settimana e il progetto inizia a prendere forma, diventando un compito ufficiale sul quale lavorare in gruppi da quattro o cinque persone. Non avevo dubbi su chi scegliere per formare il mio gruppo e reciproca è stata la volontà da parte degli altri componenti. A causa di una minima incomprensione abbiamo dovuto apportare dei cambiamenti in ogni gruppo dal momento in cui ve ne era uno di troppo. Mi ritrovavo quindi aggiunta una persona alla quale non avevo pensato inizialmente, ma verso cui ho grande stima e credo sia stato questo ad avermi fatto credere ancora di più in un buon svolgimento e una buona riuscita del compito assegnato, la fiducia nelle capacità dei miei compagni. Le date delle esposizioni sono arrivate presto e siamo stati felici di sapere che avremmo avuto quasi due settimane di tempo per prepararci.
Il primo passo che il mio gruppo ha fatto è stato scrivere in linea generale quello che ognuno di noi avrebbe detto sotto richiesta della professoressa Bicego. Ritornando all’imprevisto a cui alludevo prima, si era deciso anche di far sì che in ogni gruppo ci fosse la presenza di almeno una persona che non aveva partecipato al viaggio di istruzione. A costoro spettava il compito di parlare riguardo alla parte preparatoria del viaggio e cioè, la visita di luoghi significativi per il popolo ebraico e per i gruppi anti regime a Torino e delle eventuali correlazioni tra il libro di Shlomo Venezia e il discorso tenuto dagli altri componenti del gruppo.
A me, come tanto avevo sperato, è stata lasciata l’esposizione della giornata in cui ci eravamo recati ad Auschwitz e Birkenau per visitare i campi di concentramento. Devo ammettere che forse solo io avevo espresso piacere a ripercorrere le vie di quel sopralluogo e pensare a come poterle spiegare a qualcuno che non ci era mai stato, perché gli altri si erano dimostrati ostili al dover esternare quelle che erano state le loro impressioni. Perciò, dalla difficoltà iniziale, ero passata alla convinzione di voler fare miei quei venti minuti di discorso. Non nego però un forte scoraggiamento nei momenti in cui mi sedevo di fronte al computer con l’intenzione di raccogliere dati validi riguardanti la storia di Auschwitz a partire dalla sua costruzione sino al momento in cui venne liberato dalle truppe russe, impaurita di sbagliare eventuali date, nomi di generali, medici o altri personaggi. Preoccupazione, stress, a volte poca serietà, mi hanno portata ad ultimare il mio lavoro la sera prima dell’esposizione. Ho dovuto chiedere fotografie ai compagni che erano riusciti a scattarne all’interno dei blocchi del campo, sforzarmi di ricordare in maniera precisa l’ordine eseguito durante il percorso guidato, disturbare un ex professore di discipline artistiche per informazioni anguste, oscurate e ignorate riguardo ad accordi politici negli anni della seconda Guerra Mondiale (queste ultime non le ho citate, ma arricchiscono il mio bagaglio di conoscenza), visitare siti internet ufficiali polacchi, cercare pareri e giudizi di coloro che avevano avuto modo di visitare i campi. A ricerca conclusa, ho stampato una serie di informazioni che mi sono parse efficaci e di facile comprensione.
In complesso avevo appuntato quelle che dovevano essere le conoscenze storiche senza segnarmi, invece, la parte emotiva che avevo sostituito con delle immagini ricavate sia dal repertorio di classe sia da internet (la maggior parte provenivano da fonti virtuali a causa di un problema tecnico nel malfunzionamento di file inviati via e-mail). Ho voluto essere parecchio dura nella scelta della serie di immagini da proporre, perché per quanto mi abbia turbato la selezione di esse, tenevo a dimostrare come in pochi anni siano stati toccati picchi così alti di disumanizzazione da lasciare increduli noi altri che “viviamo sicuri nelle nostre tiepide case…” (Primo Levi, Se questo è un uomo)
Gabriela, una degli alunni che non aveva preso parte al viaggio, è rimasta a casa perché accusava forti dolori allo stomaco e un indebolimento permanente dell’intero organismo. Poiché solidale e zelante, il gruppo non è stato ostacolato dalla notizia e in breve tempo ha modificato il tabulato iniziale. Il mattino successivo non ho partecipato alla lezione di inglese per incontrare una compagna del gruppo e impostare su Power point il materiale di cui disponevo.
Una volta a scuola era arrivato il momento che aspettavo e temevo per la sua importanza. Timidezza e guance rosse, una volta varcata la porta di accesso alla classe, sono scomparse, è bastato qualche viso amico e il loro entusiasmo a mettere me e chi mi accompagnava a proprio agio.
La prima a parlare è stata Isabella che ha esposto e documentato il percorso di visita avvenuto a Torino. Era esitante e tendeva a parlare velocemente, ma non con una cadenza meccanica, anzi, oserei dire che la sua lieve fretta fosse dovuta alla quantità di informazioni che aveva inglobato sull’argomento e all’aspirazione a non sbagliare, a non interrompere il lavoro che gli ingranaggi della sua mente stavano compiendo. Non ha mai incrociato gli occhi con le slide che scorrevano sul computer, era preparata e lo voleva dimostrare; per questo l’ho ammirata molto.
Successivamente è toccato a me presentare la mia parte alla classe. Come avrei fatto a trasmettere loro la giusta dose di emozione che avevo provato durante la visita al campo di Auschwitz? Questo mi era sconosciuto, ma altro non mi rimaneva da fare se non iniziare e vedere il riscontro che avrei avuto con gli uditori. Sapevo quello che facevo e così ho aperto il discorso introducendo una parte storica, nominando successivamente coloro che avevano preso parte alla decisione di aprire e dirigere il campo e mostrando una serie di fotografie scattate in passato, quando buona parte dei blocchi lì presenti non erano stati manomessi da opere di restauro, e alcune scattate durante la nostra permanenza. Dopodiché apparse sulla LIM l’immagine di una donna nuda seduta sopra uno dei tanti lettini che i russi avevano messo a disposizione di coloro che erano sopravvissuti ai lavori forzati per curarli e ridar loro un’apparenza più umana. L’aspetto di quel corpo del quale rimanevano solo le ossa componenti era inquietante, come qualcuno ha commentato dato che ogni tanto trovavo interessante e doveroso coinvolgere le persone che avevo davanti per tenerle sveglie e presenti. Vedevo che più scatti di prigionieri mostravo e più l’ambiente si faceva doloroso, più i ragazzi si emozionavano al punto tale da piangere e abbassare la testa perché io non scorgessi i loro occhi. Accettavo quelle lacrime; le avevo versate anche io, li capivo se ora si sentivano disarmati. Commentavo tutto quello che mostravo e ho apprezzato gli interventi fatti dal professore presente che non mancò di sostenere coloro che stringevano forte i denti per non mostrare segni di debolezza e cedimento. Il professor Spisso aveva anch’egli visitato il campo e si notava che, dietro a quello che affermava, lasciava un messaggio per tutti i presenti, come quando ha visto la foto delle centinaia di valigie con sopra il nome di chi le possedeva e ha detto che quella per lui era stata una visione forte dato che quei nomi rappresentavano il simbolo della speranza: “Tanto a casa poi ci ritorno” ha detto. Lo stesso è avvenuto quando abbiamo parlato del trattamento feroce che alcune donne incinte ricevevano da parte dei ricercatori tedeschi, e il fatto che alcune di loro fossero in attesa di un bambino o che all’interno dei campi venissero celebrati dei matrimoni stava a simboleggiare l’amore che supera ogni ostacolo, che sopravvive anche nel dolore sovrastando su tutto il resto.
Senza la necessità di consultare i fogli sopra i quali si trovava il mio discorso, ho finito di parlare lasciando proiettata una parte del commento in relazione al percorso intrapreso a Torino e chiedendo se qualcuno avesse voglia di offrirsi come lettore. Ricevetti subito risposta e non avrei potuto avere di meglio ripensando a come fosse azzeccata l’intonazione di voce di chi si era prestato volontario. L’ultimo a parlare è stato Niccolò, il quale intervenne prontamente integrando alcuni stralci di “Sonderkommando Auschwitz” e procedendo così sino al suono della campanella.
A causa del tempo non è stato detto nulla riguardo a Birkenau e poco si è parlato del museo di Schindler. La classe 4^B è stata attenta a non perdersi nulla e una notevole quantità di ragazzi si sono impegnati a prendere appunti, ma non posso affermare se per propria volontà o perché utili allo svolgimento di un compito o un sommario di quanto detto dal mio gruppo. Bisogna ammettere che da entrambe le parti ci sia stata complicità e collaborazione; si trattava di un argomento ricco di materiale e richiedente serietà.
Abbiamo ricevuto un energico applauso prima di lasciare l’aula e il professore ci ha stretto la mano ringraziandoci di cuore per la nostra presenza e per la testimonianza. E’ su questa parola che mi preme soffermarmi perché in quel momento le ho attribuito un valore immenso. Insomma, io testimone, io che portavo le memorie di un episodio di dimensioni così drammaticamente grandi. Non si riesce forse nemmeno a immaginare quanto esso sia un compito delicato e quanto coraggio richieda dover assumere le vesti di un testimone, colui che ha visto i resti di terra, mattoni, chilometri di filo spinato, cemento, ferro, innumerevoli protesi, valigie, chili di capelli, vestiti, scarpe, giocattoli, denti d’oro, occhiali, numeri di vittime, fotografie, condizioni dei sopravvissuti, fedi nuziali, utensili, muro delle fucilazioni, celle di punizione, occhi scavati e velati dal nulla che rendevano lucidi i miei e di quelli che come me quel giorno stavano per diventare “testimoni” oculari di un’immensa tomba che mai cessa di farsi presente, mai cessa di raccontare, mai ci abbandona. Con la mia presenza ho lasciato una pietra su quel terreno dove altro non potrebbe resistere se non la roccia, non vi sono fiori, non vi sono colori perché non vi è inganno in quello che ci si presenta davanti agli occhi. Pensate a una rosa i cui petali si aprono e si schiudono giorno dopo giorno, come a voler dire che atrocità come quelle di Auschwitz accadono ad ogni alba e ad ogni tramonto, ecco, io mi chiedo se ce la fareste a sopportare una realtà del genere. Le pietre, simbolo di ricordo immutabile, non cambiano come la storia di coloro che lì hanno trovato l’inferno non cambierà mai. Nulla del genere dovrà accadere negli anni prossimi a venire.
Che sia una volta sola nella vostra vita, vi invito a sporcarvi gli occhi di quello che siamo stati capaci di fare e di ripulirli col pianto o con la coscienza, a voi la scelta..

Autovalutazione
Le critiche che mi pongo sono quelle di non aver ordinato cronologicamente le immagini cosicché il discorso risultasse più compatto e meno vago; avrei dovuto credere di più nella autenticità delle mie conoscenze o credenze. Mi spiego meglio: nel momento in cui ho mostrato la fotografia dei mucchi di scarpe appartenute ai prigionieri del campo il professor Spisso mi ha domandato se sapessi spiegare il motivo per cui i soldati tedeschi confiscavano anche questo tipo di beni apparentemente di poco valore, gli ho risposto di non essere in grado di soddisfare la richiesta pur immaginando l’uso che poteva venir fatto di quelle calzature. Essermi basata sulle emozioni che le immagini mi suscitavano e aver tentato di esternarle con parole adeguate non è bastato, perché avrei dovuto approfondire meglio il contenuto che narravano. Oltre a questi accorgimenti che cercherò di risolvere dovessi avere un’altra occasione simile, suppongo di aver fatto una buona azione guardando il film intitolato “Schindler List”, letto il libro “Vita e destino/ Il fumo di Birkenau” di V. Grossman e L. Millu, guardato un documentario diretto da Marc Wiese e prodotto nel 2012 denominato “Camp 14”. Questo ultimo è caratterizzato dall’intervista fatta a Shin Dong-Hyuk nato nel campo di internamento Kaechon (noto come Campo 14) in Nord Corea riuscito a scappare trovando rifugio in America. Il testimone ha poco o più di trent’anni e quello che lascia spiacevolmente stupiti di fronte alle sue parole è il fatto che egli sia nato nel campo di lavori forzati e che per l’intero percorso della sua vita non abbia conosciuto come fosse in realtà il mondo. Sapere che tutt’ora esistono campi i quali oserei definire di “massacro del popolo”, mi ha sollecitato a integrare l’informazione al lavoro esposto. Il ricordo più lucido che posseggo in base a questo è riferito a quanto scritto precedentemente riguardo coloro che venivano dati alla luce direttamente nei campi di concentramento perché lo stesso è stato per Shin. Nascere all’interno di tali strutture portava a crescere e condurre un’esistenza, per chi era fortunato, senza senso perché priva di diritti umani e ideali sui quali poter credere nel tentativo di costruirsi una personalità il più degna possibile in grado di soddisfare quelli che sono i propri scopi vitali. Ecco che mi è venuto spontaneo riportare il fattore comune tra le due realtà rivolgendo la seguente domanda che penso abbia dato modo ad ognuno dei presenti di riflettere: “Ditemi voi come sia possibile credere che esista un altro mondo o che la vita sia un dono quando la tua realtà è fatta di incessanti perdite affettive, continua morte. Quando non vieni a conoscenza di quelli che sono i diritti naturali, la libertà, la gioia, l’amore come fai a pensare che ne valga la pena di procedere avanti nella speranza di sopravvivere?”

Berdufi Kristina

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